
Immagina queste tre scene.
Vai in bagno e chiudi la porta. Lui gratta, aspetta lΓ¬ fuori, non si allontana di un passo. Quando riapri Γ¨ ancora lΓ¬, nello stesso punto, come se in quei due minuti non fosse successo nient’altro che aspettare.
Sei sul divano, ti alzi per andare in cucina. Lui Γ¨ giΓ in piedi, prima ancora che tu abbia finito di alzarti. Non hai detto niente, non hai preso niente in mano: hai solo cambiato il modo di appoggiare il peso sulle gambe, e lui era giΓ pronto.
Prendi le chiavi di casa. E qualcosa nel suo corpo cambia β si irrigidisce, ti segue con lo sguardo, magari con tutto il corpo. A volte non serve nemmeno prenderle: basta il rumore del gancio, o il fatto che ti sia fermato un secondo in quel punto del corridoio.
Sono scene così quotidiane che quasi non le raccontiamo più. Le riassumiamo.
Quante volte abbiamo chiamato tutto questo “troppo amore”?
Oppure, quando diventa piΓΉ insistente, “un cane viziato”, “appiccicoso”, “che ti tiene in ostaggio”.
Ma quelle tre scene, da sole, non ci dicono ancora abbastanza.
La stessa scena, storie diverse
Un cane puΓ² alzarsi dal divano perchΓ© ha imparato che quando ti muovi sta per succedere qualcosa. In quella casa, alzarsi dal divano ha significato mille volte la ciotola, la porta che si apre, il guinzaglio che si stacca dal gancio. Non sta controllando te: sta leggendo una sequenza che conosce.
PuΓ² seguirti perchΓ© vuole partecipare a quello che fai. Sta dove succedono le cose, come fa da sempre, e la cucina alle otto di sera Γ¨ il posto dove succedono piΓΉ cose.
PuΓ² reagire alle chiavi perchΓ© anticipano una passeggiata. Per certi cani quel suono Γ¨ la parte migliore della giornata, e il corpo che si irrigidisce non Γ¨ tensione: Γ¨ uno scatto pronto a partire.
Oppure perchΓ© quelle stesse chiavi, per lui, significano che stai per uscire e la tua assenza Γ¨ qualcosa che fatica davvero a gestire.
E la porta del bagno? Anche lΓ¬ non c’Γ¨ una sola lettura. Per un cane Γ¨ semplicemente una porta che di solito resta aperta e oggi no. Per un altro Γ¨ il luogo dove, in casa, si perde di vista la propria persona β l’unico punto della giornata in cui sparisci davvero. Per un altro ancora Γ¨ un posto dove ha giΓ aspettato tante volte, e aspettare lΓ¬ Γ¨ diventato parte di quello che si fa in quella casa.
Il comportamento puΓ² assomigliarsi. Quello che c’Γ¨ dietro, molto meno. Su quanto sia scivoloso risalire da un comportamento alla sua causa ho scritto un pezzo a parte.
Ed Γ¨ proprio qui che le etichette iniziano a servirci poco
“Mi ama troppo.”
“Γ dipendente.”
“Γ viziato.”
Sono tutte risposte che rischiano di arrivare prima della domanda piΓΉ importante: cosa significa, per quel cane, la mia presenza? E cosa succede quando quella presenza viene meno?
Le etichette hanno un vantaggio evidente: chiudono la questione. Una volta che una scena ha un nome, smettiamo di guardarla. E quella scena, da quel momento, ci sembra spiegata.
Per alcuni cani, per altri no
Per alcuni cani stare vicino alla propria persona Γ¨ semplicemente una scelta piacevole.
Per altri separarsi puΓ² essere piΓΉ difficile.
E anche quando esiste davvero una difficoltΓ , la storia che l’ha costruita puΓ² essere molto diversa: esperienze precedenti, abitudini quotidiane, caratteristiche individuali, cambiamenti nella vita, occasioni avute β o mai avute β per imparare gradualmente a stare bene anche senza di noi.
Anche i numeri raccontano differenze, non una regola unica. In un’indagine su 13.700 cani finlandesi (Salonen e colleghi, 2020, Scientific Reports), i comportamenti legati al restare soli risultavano riportati in circa un cane su venti β molto meno di altre difficoltΓ indagate nello stesso lavoro, come la sensibilitΓ ai rumori β e con differenze evidenti da una razza all’altra. CioΓ¨: la maggior parte dei cani che ci girano intorno per casa non rientra affatto in quel quadro, e chi ci rientra non ci arriva tutto per la stessa strada.
Non basta contare quante volte ti segue
Per questo non basta contare quante volte un cane ci segue da una stanza all’altra per capire se esiste un problema.
C’Γ¨ un lavoro che lo mostra bene. Parthasarathy e Crowell-Davis, nel 2006, sul Journal of Veterinary Behavior, hanno confrontato settantacinque cani: quelli che avevano difficoltΓ quando restavano soli non passavano piΓΉ tempo a contatto o nelle vicinanze della propria persona rispetto agli altri. E non passavano nemmeno piΓΉ tempo vicino alla porta da cui la persona era uscita.
Detto in modo semplice: il cane che ti sta addosso non Γ¨ automaticamente il cane che sta male quando esci. E il cane che in casa sembra indipendente non Γ¨ automaticamente quello che se la cava meglio.
Bisogna guardare come sta quel cane.
Cosa si guarda, allora
Cosa succede quando chiudiamo davvero una porta?
Cosa accade quando usciamo?
Riesce a riposare, esplorare, occuparsi di altro?
Oppure la nostra assenza cambia profondamente il suo stato?
Sono domande che hanno risposte osservabili, non teoriche. Dietro la porta chiusa: si sdraia e poi si rialza, o si sdraia e basta? Resta con il naso nella fessura o dopo un po’ va altrove? Quando riapri, Γ¨ nella stessa posizione di quando hai chiuso, o si Γ¨ spostato, ha bevuto, ha cambiato stanza?
E nel momento in cui esci sul serio, quello che conta si vede prima di quanto immaginiamo. Palestrini e colleghi, nel 2010, su Applied Animal Behaviour Science, hanno filmato ventitrΓ© cani che avevano giΓ difficoltΓ a restare soli: quello che accadeva si concentrava nei primi minuti dopo l’uscita. In media le vocalizzazioni cominciavano poco dopo i tre minuti, i danni intorno ai sette. E non era tutto rumoroso: una parte del tempo quei cani la passavano semplicemente fermi, senza fare niente.
C’Γ¨ un dettaglio che sfugge quasi sempre, in tutto questo: il sonno. Un cane che in nostra assenza non si distende mai davvero non Γ¨ un cane “tranquillo perchΓ© non fa danni”. Ne ho parlato in Il tuo cane dorme davvero?
Due domande che portano in direzioni opposte
Sono domande molto diverse da: “Come faccio a non farmi seguire ovunque?”
PerchΓ© se parto dal comportamento, probabilmente cercherΓ² un modo per impedirgli di seguirmi.
Se parto dal cane, invece, proverΓ² prima a capire perchΓ© sente il bisogno di farlo.
E solo allora potrΓ² chiedermi se c’Γ¨ davvero qualcosa su cui lavorare.
Due domande, due strade. “Come faccio a non farmi seguire ovunque?” porta a cercare un modo per interrompere il comportamento. “PerchΓ© sente il bisogno di seguirmi?” porta a guardare come sta quel cane quando la porta si chiude e quando la casa resta vuota. La prima domanda si puΓ² risolvere in fretta. La seconda dice se c’era davvero qualcosa da risolvere.
Forse il punto non Γ¨ avere un cane che riesca a stare lontano da noi.
Γ avere un cane che possa scegliere di starci vicino senza che la nostra assenza diventi necessariamente un problema.
Quando il tuo cane ti segue, ti sei mai chiesto se sta scegliendo di stare con te o se, in quel momento, fa fatica a stare senza di te?
