Le piccole porte che non conosciamo
Una fiducia costruita in cinque anni può incrinarsi per un secondo davanti a un rumore. Cosa ci dice, davvero, quel momento?
Ci sono reazioni che non smettono mai di farmi riflettere.
Ieri mattina ero in canile. Come quasi ogni settimana, sono uscito con uno dei miei “ragazzacci”. Lo seguo da oltre cinque anni.
In tutto questo tempo abbiamo costruito qualcosa che, ogni volta, mi ricorda quanto una relazione possa nascere anche dietro le sbarre.
Sapete che ripeto spesso una cosa: non possiamo controllare il mondo. Gli imprevisti esistono e fanno parte della vita. In oltre cinque anni con lui è successo due volte: si è rotto il gancio che collega il guinzaglio alla pettorina. Per qualche istante non c’era più nulla a trattenerlo. Ha corso, si è goduto quei pochi secondi di libertà e poi è bastato che mi girassi verso di lui. Mi ha guardato, è tornato spontaneamente e si è lasciato riagganciare senza alcuna esitazione.
Per me, quella è fiducia.
Ieri però è successa una cosa diversa.
Dovevo applicargli la pipetta antiparassitaria. Ho aperto il pelo sul collo e ho iniziato a svuotarla. Lui si è mosso un po’, come fanno tanti cani quando sentono quel liquido freddo sulla pelle. Fin qui nulla di particolare.
Quando però la pipetta si è svuotata del tutto, rilasciandola ha fatto quel piccolo rumore di risucchio. Un suono leggerissimo. Una frazione di secondo.
Ed è cambiato tutto.
Coda tra le gambe. Corpo a terra. Tremava.
Mi sono fermato. Ho appoggiato la pipetta a terra e gli ho lasciato spazio. Quando ha voluto, si è avvicinato ad annusarla. L’ha osservata. Ha fatto una scrollata. Poi mi ha guardato ed è tornato ad essere il cane di pochi istanti prima.
E mentre tornavamo verso il canile continuavo a farmi una domanda.
Che cosa aveva acceso, dentro di lui, quel rumore così piccolo? Un ricordo? Un’associazione costruita tanto tempo fa? Un’esperienza che io non conoscerò mai? Oppure una risposta che, in qualche momento della sua vita, gli era stata utile per affrontare o allontanare qualcosa di spiacevole?
Non lo so. E forse è proprio questo che mi colpisce di più.
Ipotesi, non certezze
Non posso sapere con certezza cosa sia successo dentro di lui in quell’istante. Ma la ricerca scientifica offre alcune chiavi di lettura possibili, nessuna delle quali, da sola, può raccontarci tutta la sua storia.
Una possibile spiegazione: apprendimento associativo
Una delle ipotesi è il condizionamento associativo della paura: un suono neutro che, se in passato è stato associato anche una sola volta a qualcosa di spiacevole, può da solo scatenare una risposta di paura. È il meccanismo descritto fin dagli esperimenti di Pavlov e studiato da decenni nell’apprendimento della paura.
Ma non è l’unica spiegazione possibile. La stessa reazione potrebbe derivare da una sensibilizzazione non associativa (una soglia di allarme abbassata da stress, stanchezza o altri fattori, senza che il suono fosse legato a un’esperienza specifica), da una generalizzazione a partire da un suono simile vissuto altrove, da una sensibilità acustica individuale, oppure dall’effetto cumulativo dell’intera sequenza — la manipolazione del collo, l’odore, il liquido freddo, il rumore finale — più che dal singolo suono isolato. La letteratura distingue con attenzione l’apprendimento associativo dalla sensibilizzazione non associativa, e a posteriori non è possibile stabilire con certezza quale meccanismo fosse in gioco.
La memoria della paura coinvolge più aree, non una sola
I ricordi di paura non vengono “conservati” in un unico archivio: coinvolgono circuiti distribuiti in cui interagiscono amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale. L’amigdala ha un ruolo centrale nell’acquisizione e nell’espressione delle risposte apprese di paura, mentre l’ippocampo contribuisce soprattutto a rappresentare il contesto e i dettagli associati all’esperienza. È questa interazione tra aree diverse, più che un singolo “archivio” di memoria, a spiegare perché certe reazioni possano riattivarsi anche a distanza di tempo.
Un episodio isolato, non una fobia: la sensibilità ai rumori nei cani
Da un singolo episodio non si può parlare di fobia: una fobia implica una paura persistente, ricorrente e limitante nel tempo, mentre qui abbiamo visto una risposta intensa ma breve, seguita da un ritorno rapido alla calma. Quello che possiamo dire è che le reazioni di paura a rumori improvvisi non sono affatto rare: diversi studi riportano che una parte consistente dei proprietari osserva almeno un segnale di paura davanti a rumori forti, anche se la prevalenza varia molto a seconda di come viene definita e misurata la “sensibilità al rumore” — non significa che metà dei cani abbia una fobia acustica.
Uno studio sui rumori domestici ha osservato risposte più marcate verso suoni intermittenti e ad alta frequenza rispetto a suoni continui: un dato interessante, ma che non autorizza a concludere in generale che i suoni continui e prevedibili non generino mai paura.
Il rispetto per una storia che non abbiamo vissuto
Con un cane possiamo costruire una relazione profonda. Possiamo conquistare fiducia. Possiamo camminare insieme per anni.
Ma continueranno sempre ad esistere piccole porte che si aprono su una storia che non abbiamo vissuto con lui.
Forse il rispetto nasce anche da questo: dal ricordarci che, dietro una reazione che ci sembra sproporzionata, potrebbe esserci un pezzo della sua storia che noi possiamo solo immaginare.
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